Laboratorio Mediale

Dicembre 4, 2007

Università: la facoltà di lettere e filosofia al convegno internazionale sulla comunicazione sociale

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Quale è il nesso tra la comunicazione sociale e la felicità? Dare, o provare a dare, una risposta a questo annoso problema era l’ambizioso compito che la Terza Conferenza Internazionale, promossa dalla fondazione Pubblicità Progresso, si è posta. Due giorni di dibattiti e incontri, con poeti, musicisti, attori, chef, politici (Berlusconi e Veltroni gli invitati) e ovviamente giornalisti e pubblicitari, per cercare di capire il ruolo che la comunicazione può avere per migliorare il livello della qualità della vita sia a livello individuale sia a livello collettivo. Una sezione era dedicata alle Università italiane alle quali è stato chiesto un lavoro in due tempi. Nella prima fase il compito era quello di definire, con un ciclo di lezioni seminariali, che cosa si intenda per “Comunicazione Sociale” e quali i temi sociali da affrontare con maggiore urgenza. Nella seconda fase l’obiettivo era di individuare  una o più campagne sociali  realizzate da Organizzazioni Non Profit  o enti che operano sul territorio dove ha sede l’ateneo e di rielaborale rendendo il messaggio più efficace e  positivo (un’aggiunta di “felicità” per coinvolgere e “dare speranza”). Un concorso, i cui i migliori lavori sono stati presentati direttamente da una rappresentanza di studenti e docenti a Milano, durante la Conferenza Internazionale.

Quasi cinquanta gli atenei coinvolti a livello nazionale, tra cui quello di Sassari. Il professor Gianfranco Sias della Facoltà di Lettere e Filosofia, ha accolto l’invito incaricandomi di occuparmi del progetto. Molti gli studenti coinvolti che hanno dato luogo a ottimi lavori. In particolare un gruppo, della laurea specialistica di MediaRes, si è distinta a livello nazionale per la qualità del proprio lavoro e perciò invitata, assieme a chi scrive, a presentare il proprio lavoro durante la conferenza internazionale. Un prestigioso risultato per la facoltà di Lettere e Filosofia e per il neonato corso di laurea specialistica di MediaRes, che dimostra come anche nelle piccole realtà sia possibile portare avanti ottimi progetti. La campagna rielaborata è quella del MOS, sulla prevenzione dell’HIV. Un tema centrale e importante, ma il cui manifesto non era però efficacissimo.

E così il 22 e il 23 novembre, assieme a Maria Laura Ruiu, Saverio Lorenzo e Tiziana Chessa (i vincitori del concorso) abbiamo partecipato alla conferenza. Da protagonisti. Così come protagonista è stata la Facoltà di lettere e Filosofia dell’ateneo turritano, balzata agli onori della cronaca per la qualità del proprio lavoro.

Subito dopo la sezione dedicata alle Università, dove gli studenti hanno presentato i propri lavori e i docenti hanno commentato i risultati, è stato il momento riservato alle imprese. Le imprese sociali, quelle che, come si legge nel programma della conferenza “con i loro prodotti e servizi, contribuiscono alla felicità delle persone e della collettività”. Mi va bene. È giusto dico. Sono molte infatti le imprese che unitamente a fare profitti, non perdono di vista la loro responsabilità sociale e si impegnano nel sociale. Realtà note o poco note e a cui, in una conferenza internazionale dedicata al rapporto tra la comunicazione sociale e la felicità, era giusto dare spazio. Ma mai avrei pensato che quello spazio sarebbe stato dato alla Coca Cola. Ora non voglio dilungarmi sui comportamenti “non responsabili” di questa multinazionale, ma noto solamente una idiosincrasia di fondo tra chi fa del proprio impegno sociale una missione (gli operatori delle ONG o degli enti laici e cattolici che si impegnano nel sociale) e chi fa del business una ragione di vita, incurante dei diritti umani (le multinazionali). Da anni viene portata avanti una campagna di sensibilizzazione sui crimini compiuti da questa multinazionale, secondo la denuncia del “Sindacato Nazionale Colombiano dei Lavoratori delle industrie di Bevande” (SINTRADINGASOL-SINALTRAINAL). Non sono pochi i cittadini e le cittadine che boicottano questa, ed altre multinazionali, che pur di far profitti si sono macchiati di crimini di lesa umanità. Il boicottaggio è una cosa seria; è un impegno morale e civile e che vede coinvolti in maniera trasversale uomini e donne di ogni parte del globo.

Uno dei casi più celebri di boicottaggio è stato quello contro il regime razzista sudafricano. Correva l’anno 1959, il 26 giugno per l’esattezza, quando Julius Nyerere, allora primo ministro del Tanganyka, lanciò, da Londra, il Boycott Movement (Movimento per il Boicottaggio, successivamente ridenominato Anti-Apartheid Movement). Egli considerava gli sforzi contro il sistema dell’apartheid come una “responsabilità individuale” ed un “contributo personale” alla lotta in Sud Africa. Comprare i prodotti sudafricani era moralmente sbagliato, ed il boicottaggio di tali prodotti divenne una forma di lotta politica.

Boicottare i prodotti della Coca Cola è un altrettanto dovere morale oltre che una forma di lotta, che io porto avanti da 12 anni. Una scelta di vita, ideologica certo, ma ricca di significato. Perlomeno per me. È questo è più che sufficiente per chi ancora, e nonostante tutto, crede e combatte per qualcosa. Ecco allora perché quello spazio dato alla Coca Cola è stato per me così indigesto. Perché trovo ipocrita e irresponsabile che Pubblicità Progresso, sin dalla sua nascita impegnata nella sensibilizzazione su tematiche sociali, dia, o provi a dare, un volto responsabile a quella multinazionale.

Nei corridoi si respirava un gran malcontento, segno più che evidente che non eravamo gli unici ad essere indignati: operatori sociali e umanitari impegnati da anni in campagne all’estero, tra l’indigenze e le malattie e dove spesso manca l’acqua (altro che la bibita ipercalorica), vedono nella comunicazione sociale una modalità di far conoscere agli altri i propri progetti, sensibilizzando ed educando nuove generazioni. Esattamente questo dovrebbe fare la comunicazione sociale. Ed esattamente questo l’intento e l’impegno che ci ha guidato e che ci ha portato a partecipare al concorso vedendoci vincitori. Noi continueremo a credere che la comunicazione sociale dovrebbe sensibilizzare su un argomento e spingere ad un cambiamento nei comportamenti individuali e collettivi. Ecco perché sensibilizzare sui crimini della Coca Cola e spingere verso il boicottaggio è pur sempre una campagna di comunicazione sociale.

 

Massimo Ragnedda

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